Chi ha finanziato la guerra di Hitler?

18 maggio 2009

Qualche giorno fa stavo facendo una ricerca sulla seconda guerra mondiale e mi sono imbattuto in questo articolo che secondo me è davvero molto interessante.

E’ scritto da Alessandra Molteni D’Altavilla che ho cercato di contattare per chiedere l’autorizzazione alla pubblicazione del pezzo, ma purtroppo ancora non sono riuscito ad avere una risposta. Ovviamente nel caso ci fossero problemi lo rimuoverò immediatamente.

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Sconfitta nella prima guerra mondiale, alla conferenza di pace di Versailles, la Germania veniva ridotta in miseria: inglesi e francesi gli avevano imposto pesanti risarcimenti di guerra oltre a significativi ridimensionamenti territoriali.

I francesi si erano appropriati delle zone minerarie di confine e l’industria tedesca boccheggiava per mancanza di materie prime. La situazione politica interna era altrettanto disperata e l’intero paese scivolava, in breve, nel caos.

Si succedevano i governi, tutti ugualmente deboli e inconcludenti, sicché, quando arrivò la grande depressione del 1929, l’ex grande potenza, si ridusse al rango di paese affamato; la disoccupazione sfiorava il 50% e l’inflazione superava il 1000% l’anno.
Se volessimo fare un paragone storico, potremmo dire che: la situazione tedesca di quegli anni, era addirittura peggiore delle condizioni in cui oggi versa l’Argentina.
La gente andava in giro con le carriole piene di marchi (in rapida svalutazione) per comprare generi di prima necessità.

Oltre il confine, i francesi sghignazzavano sulle disgrazie degli ex-potenti vicini e, subito dopo la nascita della repubblica di Weimar, i giornali inglesi ironizzavano su quel popolo di straccioni che, insieme alla guerra aveva perso anche la dignità.
Tutti, ovunque nel mondo, concordavano che la potenza tedesca era stata, per sempre, sepolta sui campi di battaglia della prima guerra mondiale e, dunque, l’europa doveva farsi carico di nutrire gli “straccioni crucchi”.
Quando Hitler salì al potere, venne “accolto” dallo scherno generale: un caporale illetterato e chiuso di mente.

Non solo; il fuhrer lasciò credere a tutti di essere un dittatore debole: prese difatti il potere appoggiato dalla destra conservatrice di Von Papen che, per un anno e mezzo, si vantò di poterlo eliminare a piacimento.
Quel caporale austriaco, però, era un grande stratega e un finissimo politico: il 30 giugno 1934, in quella che passò alla storia come la notte dei lunghi coltelli, fece uccidere tutti i collaboratori di Von Papen, il quale ebbe salva la vita solo perché era più utile da vivo che da morto (ad Hitler servivano i contatti di Von Papen con gli industriali tedeschi e i finanzieri inglesi e americani).

Da li in poi, le sorti della Germania, “miracolosamente” si capovolsero e, in pochi anni, il terzo Reich diventò una superpotenza economica e militare.
Nel 1939 Hitler disponeva di 106 divisioni (di cui 10 corazzate) per un totale di 2 milioni di uomini, 10.000 aerei modernissimi e una flotta in grado di competere con la Royal Navy inglese.
L’anno dopo, l’industria bellica riuscì ad armare un altro milioni di uomini (per un totale di 3 milioni), a dotare la Luftwaffe di migliaia di nuovi aerei e a costruire centinaia di micidiali U-boats oltre alle modernissime corazzate Graf-Spee e BismarcK.
Quando Hitler invase la Polonia, potè schiacciarla in poche settimane e, quando volse le sue divisioni ad occidente, polverizzò le armate di Francia, Inghilterra, Belgio e Olanda in meno di un mese.

In meno di 5 anni, quel caporale illetterato e chiuso di mente, aveva creato la più micidiale macchina da guerra della storia dell’umanità.
La domanda che, ovviamente, si pone (adesso come allora) è: dove ha preso le risorse finanziarie per rimettere in piedi un paese affamato?
Ancora oggi questa questione è sottaciuta dalla “storia ufficiale” e si sa, ancora, molto poco su quello che è il vero “mistero” del nazismo: chi lo ha finanziato e perché?
Sappiamo per certo che Hitler “suscitava” molte simpatie “autorevoli” in America e in quasi tutto l’occidente: si era ritagliato il ruolo di difensore del capitalismo contro il comunismo e, dunque, trovava molte orecchie disponibili ad ascoltare, sia a Wall street che alla City di Londra.

Joseph Kennedy (il padre del futuro presidente americano) era un suo fervente ammiratore e, nella sua qualità di ambasciatore americano a Londra, non disdegnava di avere colloqui molto riservati con il fuhrer ed i suoi collaboratori.
La famiglia Kennedy si arricchì smisuratamente durante il secondo conflitto mondiale.
George Bush, il bisnonno dell’attuale presidente americano, aveva (anche lui) continue frequentazioni con i nazisti: il magnate americano (già molto ricco) non disdegnava di “finanziare” l’industria tedesca (di cui ammirava l’efficienza).
Esistono prove inconfutabili di contatti tra i dirigenti della General motors (il quinto produttore di armi al mondo) e il regime nazista.
Ma il vero motore dell’irresistibile ascesa militare della Germania fu un’azienda tedesco-americana: la IG-Farben.

Nel 1925, con l’assistenza dei maghi della finanza di Wall street, Hermann Schmitz, organizzò una fusione di 6 grandi aziende chimiche tedesche (Badische Anilin, Bayer, Agfa, Hoechst, Weiler-ter-Meer, and Griesheim-Elektron) in un grande complesso industriale chiamato IG-farben, con attività in Germania e negli Stati uniti e, importanti, soci finanziatori americani.
Tutti i documenti societari della IG Farben furono distrutti nel 1945, per evitare che il mondo sapesse che, l’alta finanza americana, aveva partecipato all’ascesa al potere di Adolf Hitler e al finanziamento del grandioso riarmo tedesco: la IG-Farben, infatti, diventò la vera “forza” del terzo reich e, serve ricordare, che le sue fabbriche tedesche, nonostante fossero importantissime sul piano militare, non vennero mai bombardate; l’intera Germania fu rasa al suolo dall’aviazione anglo-americana, mentre gli stabilimenti di quella sola azienda non furono mai sfiorati.

Quegli stabilimenti erano fondamentali per la produzione di armi tedesche e, da essi uscivano le micidiali armi chimiche dei nazisti; eppure non furono mai bombardati.

Chi erano i direttori americani della IG-Farben?

  • Edsel B.Ford, della Ford Motor Company;
  • H.A Met, direttore della Bank of Manhattan;
  • C.E. Mitchell, direttore della Federal reserve bank of N.Y e della National City Bank;
  • Walter Teagle, direttore della Standard Oil of New Jersey (poi Exxon) e della Federal reserve bank on N.Y;
  • Paul M. Warburg; direttore della Federal reserve bank of N.Y e della bank of Manhattan;
  • W.E Weiss, direttore della Sterling products.

In pratica: l’elite della finanza e dell’industria americana (Ford, Standard Oil, Bank of Manhattan, Federal reserve of N.Y) sedeva nel consiglio di amministrazione dell’azienda che aveva sostenuto Hitler prima e durante la guerra.

Mentre le armi della IG Farben mietevano milioni di vittime (anche americane), il gotha di Wall street spartiva (con la controparte tedesca) profitti e responsabilità gestionali.
A titolo di curiosità faccio notare che: Walter Teagle rappresentava la Standard Oil (poi Exxon) che, in realtà, era di proprietà di Rockfeller.

In definitiva: il gotha della finanza americana e le più grandi aziende di quel paese (Ford, Standard Oil, General motors etc…) partecipavano all’atroce……banchetto di quella spaventosa guerra (50 milioni di morti dal 1939 al 1945).

E, finalmente, il cerchio si chiude: nella prima e nella seconda guerra mondiale, gli ideali di pace e giustizia erano solo l’ipocrita copertura dietro cui si nascondeva il brutale interesse di pochi capitalisti senza scrupoli.

Quasi 100 milioni di esseri umani furono massacrati in quei due spaventosi conflitti, affinchè il loro sangue diventasse denaro contante nelle capienti cassaforti di quei pochi uomini spietati.


Ancora un attacco alla privacy in rete

16 aprile 2009

Leggo questa mattina l’ennesima notizia che riguarda un nuovo attacco alla privacy in rete, sembra infatti che negli Stati Uniti stiano valutando la possibilità di aumentare del 25% la pena inflitta a chi si macchia di reati ed ha utilizzato proxy anonimizzatori per navigare in rete.

Non ho ancora capito se i reati di cui si parla siano commessi in rete oppure se venga contemplato un qualsiasi reato, ma in realtà non fa molta differenza.

Sicuramente chi vuole commettere un reato in rete utilizza strumenti per renderlo anonimo, ma non è vero il contrario e cioè che chi usa questi strumenti ha intenzione di commettere un reato.

Esistono almeno due motivazioni che ritengo fondamentali a supporto della mia tesi, la prima è che spesso l’utente che naviga in rete in luoghi pubblici è all’oscuro di proxy e che quindi la sua anonimizzazione non è volontaria ma utilizzata dalla rete locale per questioni a volte puramente tecniche; la seconda è che troppo spesso la nostra navigazione in rete viene utilizzata per scopi commerciali, per scoprire cosa ci piace e mandarci poi pubblicità di ogni genere.

Le varie associazioni per i diritti degli utenti della rete (come EFF) si sono già espressi su questo tentativo giudicandolo ancora una volta lesivo della tutela della privacy e rincara la dose John Morris del Center for Democracy and Technology affermando che “Il governo sembra credere che se una persona si adopera in maniera ordinaria per proteggere la propria privacy sia per questo motivo un criminale più esperto”.

Credo che la privacy on-line sia un diritto di tutti e non deve essere presa come pretesto per criminalizzare chi cerca di liberarsi dall’occhio del grande fratello della rete.

Fonte: Punto Informatico


Spegnere il web? Ma siamo matti!

6 aprile 2009

In queste ultime ore stanno rimbalzando principalmente sui siti internet, ma anche su altri media, due notizie che hanno in comune la volontà di limitare la libertà di espressione su internet.

Ormai da diverso tempo la rete si è guadagnata la palma di media più libero e aperto a chiunque voglia esprimere la propria opinione su qualsiavoglia argomento e da sempre subisce attacchi di ogni genere per limitare questa sua caratteristica. Ora queste due novità potrebbero davverò minare alle fondamenta uno dei diritti imprescindibili di ogni cittadino del mondo.

In realtà una di queste notizie parla solamente di una proposta e arriva dagli Stati Uniti, dove due senatori (uno democratico ed uno repubblicano) hanno presentato una proposta di legge nella quale si prevede di assegnare al presidente il potere di rallentare fino a bloccare il traffico internet per quei network considerati di importanza critica; inoltre il Dipartimento del Commercio Usa sarebbe in grado di monitorare i network contenenti dati personali privati considerati parte delle infrastrutture critiche per la sicurezza e per finire sarebbe compito delle autorità federali decidere cosa faccia parte delle “infrastrutture critiche”.

E’ evidente che questo potrebbe generare un controllo capillare delle attività di chiunque su internet dando il potere al governo americano di bloccare qualsiasi traffico venga, a suo insindacabile giudizio, considerato dannoso per la sicurezza nazionale.

Su questa proposta si sono già scagliati l’Electronics Frontier Foundation (EFF) considerandolo molto pericoloso per il diritto alla privacy ed anche gli attivisti del Center for Democracy and Technology hanno fatto sentire la loro voce affermando che la proposta darebbe al governo “un controllo senza precedenti sui software del computer e sui servizi internet, minacciando l’innovazione, libertà e la privacy”.

L’altra notizia invece arriva dalla Francia ed in questo caso si tratta di un provvedimento già approvato dall’Assemblea Nazionale Francese che prevede la possibilità di disconnettere un qualsiasi cittadino se sorpreso per tre volte a condividere materiale protetto da copyright dalla rete.

La legge, nota in rete come Three Strikes, afferma infatti che l’organo costituito allo scopo (Hadopi) potrà monitorare la rete ed inviare un avviso via email e via raccomandata a chi condividerà illegalmente materiale protetto. Dopo il terzo avviso scatterò il blocco di internet per almeno un mese ed una eventuale multa per ridurre questo periodo (che non sarà comunque inferiore ai 30 giorni).

Si calcola che questo provvedimento costerà 70 milioni di euro all’anno per la sorveglianza e l’invio delle comunicazioni.

Purtroppo ancora una volta l’interesse di pochi potenti (l’industria audiovisiva) ed una paura infondata per la tecnologia, ha generato una legge che rappresenta una vera minaggia alla libertà di informazione e di comunicazione.

Deve essere sempre garantito un giusto equilibrio tra il diritto alla proprietà intellettuale ed il rispetto dei diritti fondamentali di utenti e cittadini, equilibrio che sembra essersi rotto in Francia con questa legge che è palesemente schiarata con i poteri forti delle major di cinema e musica.

Il problema grave è poi che probabilmente non rimarrà un caso isolato, ma anche altre nazioni prenderanno la Francia come esempio per proporre nuove regolamentazioni che andranno di nuovo a senso unico.

Edit: Inaspettatamente l’Assemblea Nazionale non ha votato questa normativa, infatti con 21 voti contrari e 15 a favore la loi Création et Internet non diventerà legge. Per il momento sembra che abbia vinto il buon senso, ma ancora per quanto?

Fonti
Repubblica.it
Punto Informatico
Zeus News


Un mondo nuovo e senza nucleare!

3 aprile 2009

Che bello sarebbe vero? Poter costruire un nuovo mondo finalmente più vicino all’uomo, senza minacce ed ecologista.

C’è una persona che da qualche tempo mi incuriosisce molto, è Barak Obama il nuovo presidente degli Stati Uniti. E’ sicuramente molto carismatico e ultimamente sta portando avanti azioni ed iniziative che mi fanno sperare in qualcosa di nuovo.

Intendiamoci, è pur sempre un figlio del capitalismo e probabilmente non vedremo mai dei cambiamenti radicali, ma al momento mi piace stare a guardare ed osservare come si muove.

Proprio oggi ha parlato a circa 4000 ragazzi e questo è ciò che dice a riguardo un articolo di Repubblica.it

I quattromila studenti lo hanno accolto con una lunghissima ovazione, fotografandolo a lungo con i telefonini e lui subito ha promesso di lavorare per “un mondo senza armi nucleari, unito pacifico e libero” e di battersi contro il cambiamento climatico e “l’inquinamento che sta uccidendo il nostro Paese”. Ha infiammato i ragazzi con il suo slogan preferito della campagna elettorale: “Questa è la nostra generazione, questo è il nostro tempo”, poi gli ha raccontato che “il G20 summit a Londra è stato un successo perché tutti hanno lavorato insieme: siamo entrati in una nuova era di responsabilità”.

A questi giovani che raccontano di essere venuti per vedere “l’uomo del cambiamento” e che lo amano – come racconta Aurelie, che ha 17 anni e viene da un liceo di Colmar in Alsazia – perché “sta mettendo fine alla guerra di Bush in Iraq” ha promesso: “Non ci interessa occupare l’Afghanistan, abbiamo troppe cose da fare per ricostruire l’America, ma abbiamo il dovere di lasciare un Paese libero e sicuro”.

Parla di “liberté, egalité, fraternité” e dei valori comuni che lo hanno spinto a chiudere Guantanamo “perché gli Stati Uniti d’America non torturano”, gli studenti lo appaludono a ripetizione e lui – prima di cominciare a rispondere alle loro domande – cita Robert Kennedy per dire che “viviamo in un mondo rivoluzionario e il cambiamento è nelle mani dei giovani”.

Purtroppo però in quello stesso contesto c’era un altro personaggio che invece mi lascia ogni volta senza parole per la tristezza che mi trasmette e per come rende ridicolo il nostro paese: Silvio Berlusconi.

Nello stesso articolo a cui ho fatto riferimento si parla infatti di lui e di come abbia cercato di mascherare la magra figura che ha fatto durante il recente G20.

La foto di Berlusconi che abbraccia Obama e Medvedev prendendoli alle spalle e alza il pollice destro è diventata l’immagine più famosa del G20 di Londra. Oggi impazza su tutti i giornali inglesi, Financial Times compreso, ieri sera era il pezzo forte di tutte le dirette e i notiziari dei network americani e occupava l’intera home page del più famoso sito politico americano: l’Huffington Post.

Con quel gesto che, sommato al rimprovero della regina Elisabetta e alle battute da bar della conferenza stampa, ha dato un’immagine sopra le righe del premier italiano, Berlusconi è riuscito però a cancellare nell’immaginario collettivo italiano e internazionale una serie di verità per lui spiacevoli.

La prima è che è l’unico premier dei Paesi del G8 a non aver avuto un incontro con Barack Obama. La seconda è che gli americani non sanno che farsene della sua offerta di fare il mediatore con i russi, glielo hanno detto chiaro il mese scorso, sottolineando che Obama parla direttamente con Medvedev e non vuole confusioni e interventi esterni. La terza è che al G20 l’Italia non ha avuto nessun ruolo chiave e nemmeno incontri bilaterali degni di nota. Ma Berlusconi, che conosce alla perfezione i meccanismi della società dello spettacolo, ha preso al volo l’opportunità di cancellare la sostanza mandando un messaggio che dice al mondo esattamente contrario: il premier italiano è amico di Obama, sta al centro dei giochi e dell’attenzione, lo ha avvicinato ai russi e sta sopra di loro come il più navigato della compagnia.

Questo voleva Berlusconi e questo è riuscito a dire con quella foto che ai palati fini appare grottesca. Tanto che sull’Huffington Post, che è il sito internet più popolare nella sinistra chic americana, l’immagine non è stata messa per prendere in giro Berlusconi ma per rappresentare il successo del G20. Il titolo era: “Pollici alzati” come se il merito fosse del Cavaliere.

Lascio a voi i commenti per questa performance davvero imbarazzante.