Finisce l’era di Geocities

27 ottobre 2009

Se ne parlava ormai da tempo e la stessa Yahoo lo aveva annunciato fin da aprile di quest’anno ed ora è diventato realtà, il famoso servizio gratuito di webhosting, Geocities, ieri ha chiuso i battenti per sempre.

Nato nel 1995, risulta subito interessante sia perchè offre spazio gratuito per chi aveva voglia di costruire una propria pagina web, sia perchè era stato organizzato in città con nomi reali che, nell’idea dei fondatori, dovevano rispecchiare il contenuto dei siti ospitati: così ad esempio all’interno della città SiliconValley dovevano esserci pagine dedicate al mondo della tecnologia, mentre tra le “vie” di Hollywood dovevano trovare spazio i siti di intrattenimento.

Molti netizens (coem venivano chiamati gli utenti di Geocities) utilizzarono questo sistema, ma con l’incrementare del loro numero si perse un po’ il senso della divisione in città.

La popolarità di Geocities crebbe moltissimo nei primi anni e raggiunge presto, nel 1997, il quinto posto tra i siti più visitati e nello stesso anno il milionesimo utente. Ma sempre nel 1997 venne introdotta la pubblicità all’interno del sito e molti utenti storserso un po’ il naso. Malcontento che crebbe maggiormente quando nel 1998 venne introdotto un watermark, una sorta di sezione del sito (a sinistra della pagina) sempre presente con pubblicità e informazioni su Geocities; molti utenti non gradirono perchè ciò interferiva con il layout delle proprie pagine e lasciarono il servizio per altri concorrenti.

Ma nonostante questo, Geocities crebbe ancora e nel 1999, all’apice della bolla internet, Yahoo decise di acquitare il servizio di webhosting per circa 3,5 miliardi di dollari. Questa operazione fu molto osteggiata dagli utenti che fuggirono in massa dal portalone, anche a causa dei nuovi termini di utilizzo imposti da Yahoo.

Nel 2001 infatti il servizio cominciò la sua discesa e Yahoo cercò di porre rimedio alle ingenti perdite introducendo una serie di servizi aggiuntivi a pagamento, ma non fu sufficiente e Geocities perse lo splendore di un tempo fino a trascinarsi all’inizio del 2009 quando venne annunciata la sua imminente chiusura.

Fin qui la storia ufficiale, ma assieme a questa ci sono le storie di centinaia di migliaia di persone, tra cui io stesso, che dagli albori di internet hanno utilizzato questo servizio per pubblicare i primi siti internet, per sperimentare javascript che a volte facevano passare intere notti insonni, per avere una propria presenza sul web, tanto ambita a quei tempi dagli smanettoni della rete.

Oggi il tutto viene soppiantato da moderni servizi come myspace, facebook, youtube, ma che hanno un sapore totalmente diverso da quello di Geocities; ora infatti siamo obbligati in gabbie precostituite e possiamo pubblicare contenuti solamente all’interno di griglie prefissate, non abbiamo la completa libertà di scrivere il nostro codice e pubblicarlo come facevamo alla fine degli anni ’90.

Tutto questo segna inevitabilmente un cambiamento, una svolta nell’utilizzo di internet che è comunque iniziata già da qualche anno e che momenti come questi rendono così reale e così tangibile da impressionare i pionieri del web. Per fortuna un team di storici ha deciso di salvare il salvabile attraverso il portale Archive Team dove è possibile ritrovare molte delle pagine cancellate e segnalate dagli stessi utenti.

Certamente esistono ancora servizi che offrono spazio web per “smanettare”, ma ormai sono pochi gli “smanettoni” che si cimentano nella costruzione di pagine web completamente da zero, le nuove generazioni preferiscono utilizzare strumenti che gli permettono facilmente di avere un loro spazio su internet senza conoscere nulla del web che fu.

Vorrei dedicare infine a Geocities il monologo finale di Bladerunner che mi è venuto in mente proprio scrivendo questo pezzo: “Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi. Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione, e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo… come lacrime nella pioggia. È tempo… di morire.

Fonte 1: So long Geocities, and thanks for all the space
Fonte 2: GeoCities (Wikipedia)
Fonte 3: Addio Geocities


Via la targa per Peppino Impastato

11 settembre 2009

E’ successo mercoledì scorso, quando il sindaco leghista di Ponteranica, tal Cristiano Simone Aldegani, in provincia di Bergamo ha deciso di rimuovere la targa dedicata a Peppino Impastato che il suo predecessore, di centro-sinistra, aveva fatto mettere come dedica alla biblioteca civica con la motivazione di voler dare risalto a personalità locali.

Ma chi è Peppino Impastato? Nasce a Cinisi, vicino a Palermo il 5 gennaio 1948 ed appartiene ad una famiglia mafiosa. Fin da ragazzo entra in contrasto con il padre che lo caccia di casa. Si avvicina agli ambienti di sinistra e dopo aver fondato un giornalino (L’idea socialista) costituisce il gruppo Musica e Cultura che si occupa di varie attività culturali e da cui nasce una radio libera “Radio Aut” da cui denuncia i delitti e gli affari mafiosi di Cinisi e Terrasini. Partecipa alle proteste dei contadini ed è attivo in movimenti come Nuova Sinistra prima e Democrazia Proletaria poi. Durante la campagna elettore del 1978, viene barbaramente ucciso con una carica di tritolo posta sotto il suo corpo adagiato sui binari della ferrovia. Il giorno successivo, il 9 maggio, gli abitanti di Cinisi votano il suo nome riuscendo ad eleggerlo simbolicamente.

Peppino Impastato è quindi un simbolo, un esempio della lotta alla mafia e di come la sua forza abbia potuto in qualche modo sensibilizzare le menti delle persone. E’ importante che questo esempio venga ricordato, non solo in Sicialia, ma anche nel resto dell’Italia perchè la mafia non è un affare solo siciliano, ma ha ramificazioni in tutta la penisola e si insinua nella politica ed in tutti gli ambienti di potere.

Ed è per questo che ritengo questa decisione di rimuovere la targa in onore di Peppino Impastato una cosa sconcertante che lascia davvero allibiti e la motivazione di privilegiare personaggi locali (la biblioteca verrà intitolata al sacerdote Giancarlo Baggi… se qualcuno sa chi sia e cosa abbia fatto, mi erudisca…) è palesemente una scusa per poter far dimenticare il ricordo di una persona che ha dato la vita per combattere la mafia.

Fonte 1: Via la targa per Peppino Impastato
Fonte 2: Peppino Impastato


Allunaggio!?

20 luglio 2009

Alle 4,56 (ora italiana) di 40 anni fa, il 21 luglio 1969 (negli USA era ancora il 20), Neil Armstrong metteva piede sulla Luna insieme ad Edwin Aldrin dopo che avevano toccato il suolo lunare la sera precedente, alle 22,17, a bordo del modulo lunare Eagle.

In orbita attorno alla Luna, a bordo della navicella Apollo 11, era rimasto il loro collega Michael Collins. La missione era iniziata il 16 luglio e terminò il 24 dello stesso mese con l’ammaraggio della navicella Apollo nell’Oceano Pacifico.

Come si può immaginare dal numero 11 che segue la parola Apollo, quella non era la prima missione, ma altri tentativi c’erano stati in precedenza, alcuni senza successo ed altri finiti tragicamente con la morte degli astronauti. Ed anche dopo questo allunaggio ci furono altre missioni, per la precisione ne seguiranno altre 6 con altri incidenti, ma con altri allunaggi, fino all’ultima missione, quella dell’Apollo 17 nel 1972.

Il tutto avveniva in un periodo molto particolare, il mondo stava vivendo una intensa guerra fredda tra Stati Uniti e Unione Sovietica, entramvi i blocchi cercavano di prevalere sull’altro in tutti i modi ed uno degli ambiti di “scontro” era proprio la conquista spaziale.

I sovietici erano riusciti a lanciare per primi nello spazio un astronauta (Yuri Gagarin), ma non riuscirono mai a toccare il suolo lunare a causa di problemi al vettore che li avrebbe dovuti portare sul nostro satellite. Inoltre dopo che gli statunitensi riuscirono nell’impresa, questa perse di importanza ed abbandonarono i tentativi.

Da allora non si tentò più un’impresa di questo genera a causa dei costi molto elevati e del fatto che i fondi vennero notevolmente tagliati per essere destinati ad altri progetti militari. La NASA perse molti fondi e solo recentemente sembra che sia stia progettando una nuova missione che dovrebbe riportare l’uomo sulla luna entro il 2020 con la costruzione di una base permanente.

Ma non tutti sono d’accordo sul fatto che il 20 luglio del 1969 Neil Armstrong pronunciò la famose frase “One small step for man. One giant leap for mankind” direttamente dalla luna, in molti pensano che sia stata una enorme truffa che continua tutt’ora e che venne progettata proprio per battere sul tempo l’Unione Sovietica. I complottisti pensano infatti che venne costruito un vero e proprio set cinematografico dove vennero girate le scene e scattate le foto di un film che avrebbe ingannato l’umanità per 40 anni.

A suffragare questa ipotesi vengono portate presunte prove come le ombre non coerenti con la posizione del sole, luci ed ombre in contrasto con quanto si sarebbe dovuto trovare nell’ambiente lunare e strani movimenti o presenza di oggetti non convenzionali.

Alcune immagini in effetti possono destare dubbi sul fatto che siano state scattate effettivamente sul suolo lunare e nonostante la rete sia piena di motivazioni che dovrebbero smontare queste tesi, i complottisti continuano ad essere convinti di quello che dicono.

Anche la NASA nel 2002 penso di pubblicare un libro in contrasto con quello pubblicato l’anno prima per confutare tutte le tesi del complotto, ma poi abbandonò l’idea e questo volume non vide mai la luce.

Personalmente credo che l’ipotesi del complotto sia possibile proprio perchè il momento molto delicato di contrasto tra le due potenze mondiali di USA e URSS poteva essere un ottimo motivo per imbastire una truffa del genere, ma le prove del complotto riescono quasi completamente ad essere confutate e quindi il dubbio rimane.

Penso anche che probabilmente se il 20 luglio del 1969 gli Stati Uniti non hanno realmente toccato il suolo lunare, probabilmente l’hanno fatto negli anni successivi, ma questo serviva per mettere un freno all’Unione Sovietica e procedere con le missioni che altrimenti avrebbero impiegato ancora qualche anno prima di portare al risultato sperato.

Chissà se in futuro qualcuno riuscirà a mettere la parola fine a questi dubbi, in un senso o nell’altro.

Fonte 1: Allunaggio
Fonte 2: Lo sbarco sulla luna, balle spaziali
Fonte 3: Sbarco sulla luna o truffa colossale
Fonte 4: Cento risposte su luna e dintorni
Fonte 5: Antibufala: Siamo mai andati sulla luna?


Cina

8 luglio 2009

Ormai da qualche anno la Cina è sempre più spesso alla ribalta delle notizie ed il mondo sta guardando questa nazione con interesse ed inquietudine. Tanti sono gli argomenti da sviscerare e sicuramente questo breve scritto non potrà portare ne completa chiarezza ne soluzioni, ma vorrei cimentarmi nell’impresa di raccontare e di tentare di dare qualche elemento per capire quello che sta succedendo.

Per una persona come me non è facile parlare di questo paese, perchè ha rappresentato, vorrebbe rappresentare ed in parte rappresenta una diverso modo di concepire la società, diverso dal capitalismo che domina la maggior parte dell’occidente del mondo e che a mio parere non rappresenta il giusto modello da seguire.

La cina dopo al rivoluzione avvenuta nei primi anni del secolo e culminata nel 1949 con la costituzione della Repubblica Popolare Cinese abolì tutta la legislazione nazionalista definita “lo strumento volto a proteggere il potere reazionario dei latifondisti, dei compradores, dei burocrati e dei borghesi e l’arma con la quale opprimere e vessare le masse popolari” e pose le basi per l’instaurazione di un sistema politico socialista dando vita ad una nuova era nella storia della legislazione cinese.

Il territorio cinese fu diviso sostanzialmente in tre parti, al cuore della cina (che rappresenta la maggior parte del territorio) si affiancavano due province autonome, il Tibet e lo Xinjiang (la Mongolia divenne invece indipendente). In questo articolo vorrei soffermarmi un attimo sullo Xinjiang per cercare di dare qualche elemento utile a capire i motivi degli scontri.

La Repubblica Popolare Cinese comprende all’interno del suo territorio 56 gruppi etnici e tra questi, l’etnia Uygur di religione islamica è quella che popola gran parte del territorio della provincia del Xinjiang (“nuova frontiera” in cinese ndr). L’etnia Uygur è una delle tante etnie di radice turcomanna musulmana, come quella kazacha, stanziate in questa provincia nord-occidentale della Cina, confinante ad ovest con le regioni dell’Asia centrale. La posizione geografica ha conferito alla regione, sin dall’antichità, una grande importanza strategica, infatti sia in epoca Han (206 a.C. – 220 d.C.) che in epoca Tang (618 – 907 d.C.) essa è stata utilizzata come passepartout per l‘Occidente attraverso la Via della Seta.

Il nome della regione, così come lo conosciamo oggi, risale all’ultima conquista nel 1758 del territorio da parte dell’imperatore Qianlong (1711 – 1799 d.C.), uno dei sovrani più importanti dell’ultima dinastia imperiale, ovvero quella Qing (1644 – 1912).

Le fonti ufficiali del Pcc (Partito Comunista Cinese ndr) parlano di “liberazione” del Turkestan cinese, una liberazione alla quale avrebbero preso parte anche i capi musulmani dei villaggi rurali e gran parte della popolazione, si parla infatti di una collaborazione spontanea della popolazione alle azioni di guerriglia contro l’esercito nazionalista di Chiang Kai-Shek, e di un rapporto amichevole tra i rivoluzionari comunisti ed i tradizionali capi islamici, uniti per contrastare i soprusi dei proprietari terrieri e del governo di Nanchino (nazionalisti nda). Tra le promesse fatte dai propagandisti rossi alle popolazioni del Nord Ovest, Edgar Snow riporta nel suo libro, “Stella Rossa sulla Cina”: “Appoggio per la creazione di un governo musulmano autonomo”, “Protezione della cultura mussulmana” e “Garanzia di libertà religiosa per tutte le sette”.

Di fatto perà la “liberazione” del Xinjiang da parte delle forze comuniste cinesi ha rappresentato per la popolazione uigura una vera e propria occupazione. Stando alle parole di Rebiya Kadeer, imprenditrice uigura ex-rappresentante della provincia del Xinjiang presso la Conferenza Consultiva Politica del Popolo Cinese, dissidente e promotrice di un’organizzazione in difesa del popolo uiguro. “Inizialmente, i soldati cinesi erano davvero rispettosi della nostra cultura” afferma, descrivendo l’impatto che l’uguaglianza tra i sessi, o se vogliamo la scomparsa delle differenze peculiari tra i generi, tipica del comunismo della prima ora, ha avuto sulle usanze e tradizioni uigure. “Ci hanno imposto una nuova politica […] iniziando a distruggere la nostra cultura” aggiunge e ciò fa pensare che l’integrazione con le minoranze etniche cinesi, punta di diamante del Pcc, non sia altro che un tentativo di coprire con la propaganda un problema destabilizzante.

In seguito alla fondazione della Repubblica Popolare Cinese, la provincia del Xinjiang assume il carattere di regione autonoma, lo stesso regime amministrativo messo appunto per il Tibet, per intenderci, una “autonomia” spesso mal sopportata dalle etnie della provincia; sentimento reso concreto da manifestazioni indipendentiste, oltre che da migrazioni di massa e da una situazione di netta divisione tra la popolazione di etnia han (cinese) di etnia uigura (musulmani).

In tutto lo Xinjiang cinesi e musulmani vivono in mondi a tenuta stagna. L’apartheid è visibile nella geografia dei quartieri: i centri sono islamici, le periferie moderne sono cinesi. Le comunità convivono fra diffidenze reciproche, razzismi, diseguaglianze socio-economiche stridenti. Il governo porta modernizzazione, ricchezze e tecnologie, ma i frutti di questi sviluppi arrivano solo in parte ai musulmani. “Per gli uiguri mancano le abitazioni – dice la Kadeer – mentre continuano a entrare immigranti dal resto della Cina”. I lavori più qualificati finiscono ai giovani tecnici affluiti dal resto della Cina. È stata costruita una nuova linea ferroviaria per favorire l’immigrazione. Per gli han che accettano di trasferirsi, la vasta regione semidesertica ai confini dell’Asia centrale fino a ieri è stata la Nuova Frontiera del boom.

Questa situazione ha alimentato l’odio tra le due etnie e dopo la strage compiuta dalle forze dell’ordine con la morte di oltre 150 manifestanti, centinaia di cinesi etnici (gli han), sono scesi in piazza nella città di Urumqi, il “ghetto islamico” dove il ceppo originario della popolazione turcomanna ora in stato di assedio; i protagonisti della spedizione punitiva sono stati a stento trattenuti dalla polizia. La rabbiosa manifestazione ha dato un assaggio di quel che potrebbe accadere se lo Xinjiang si trasformasse in un campo di battaglia tra le due etnie. I cinesi marciavano cantando l’inno nazionale, un’esibizione di orgoglio raramente così visibile nelle provincie periferiche, dove la supremazia cinese è già ben rappresentata dall’autorità politica. Per riprendere il controllo di Urumqi il governo locale ha decretato il coprifuoco, ogni giorno dalle 9 di sera alle 8 del mattino.

E’ un salto di livello pericoloso il fatto che quelle centinaia di cinesi abbiano deciso di farsi giustizia da soli. Una mobilitazione che può degenerare in guerra civile. A Urumqi i rapporti numerici sono già in favore degli han. Grazie alla massiccia immigrazione degli ultimi anni ormai l’etnìa turcomanna è solo il 30% nella capitale provinciale (2,5 milioni di abitanti). È proprio questa una causa dell’esasperazione degli uiguri. Attraverso l’immigrazione la Repubblica Popolare li diluisce fino a emarginarli. Una “provincia autonoma” che per Pechino ha valore strategico. Lo Xinjiang è grande 5 volte l’Italia. Nel sottosuolo è custodito un quarto del gas e petrolio cinese, il 40% di tutto il carbone.

Di questo se ne è accorto ovviamente il presidente cinese Hu Jintao che ha anticipato il suo rientro a Pechino e, di conseguenza, non parteciperà al vertice degli otto grandi nel capoluogo abruzzese.

L’integrazione delle minoranze etniche in Cina rappresenta un problema col quale la Repubblica Popolare Cinese deve continuamente rapportarsi, sia per il crescente interesse del resto del mondo dove l’inserimento nel contesto della globalizzazione crea i presupposti di continue relazioni con l’estero, sia per una questione di ordine interno.

Fonte 1: Storia della Cina
Fonte 2: La rivoluzione cinese
Fonte 3: Le minoranze mussulmane in Cina
Fonte 4: Quella spina islamica nel fianco di Pechino
Fonte 5: Si aggrava la crisi nello Xinjiang, Hu Jintao torna in Cina

Edit: Sembra che a scatenare tutta questa violenza sia stato un malinteso avvenuto il 26 giugno scorso quando una 19nne, Huang Cuilian, operaia in una fabbrica di giocattoli a Canton, entro’ per errore in un dormitorio di giovani uiguri che lavoravano come lei nell’azienda: “La ragazza si e’ sentita persa”, ha raccontato una testimone, “ha cominciata a urlare nel vedere gli uiguri e quando qualcuno ha cercato di scherzare, lei e’ scappata via correndo”. Allarmati dalle grida della giovane, gli operai di etnia han sono accorsi sul luogo, quando lei gia’ non c’era piu’, e si sono scontrati con gli uiguri. Una vera e propria battaglia, terminata con due morti e piu’ di cento feriti. E a quel punto il focolaio di violenza si e’ trasferito nel lontano Xinjiang.

Ovviamente i problemi di convivenza tra Han e Uiguri nello Xinjiang hanno radici ben più complesse e antiche come descritto nell’articolo, ma a volte in situazioni già tese, basta poco per generare delle tragedie.

Fonte: Malinteso Han-Uiguri all’origine degli scontri nel Xinjiang


4%

8 giugno 2009

Come avevo profetizzato (non ci voleva una gran scienza) nel post del 27 maggio scorso, le due principali formazioni della sinistra radicale non hanno raggiunto lo sbarramenteo del 4% e sono rimaste fuori dal Parlamento Europeo. A queste due poi ne va aggiunta una terza che a voluto correre da sola ed ha totalizzato uno zero virgola cinque.

Avevo detto in quello stesso post che probabilmente avrei parlato un po’ della situazione della sinistra radicale (o della vera sinistra come piace dire a me), e puntalmente eccomi qua a raccontarvi le mie impressioni dopo l’esito delle elezioni e dopo aver sentito i primi commenti dei politici.

Cominciamo dai fatti: le due principali formazioni di cui parlo sono il PRC-PDCI (che riunisce Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani, Socialismo 2000 e Consumatori UNiti) e Sinistra e Libertà (formati da Federazione dei Verdi, Movimento per la Sinistra, Partito Socialista, Sinistra Democratica, Unire la Sinistra e i Liberali di Sinistra), a queste si aggiunge il PCL (Partito Comunista dei Lavoratori). Le prime due formazioni nascono tra la fine del 2008 e l’inizio del 2009 quando in seguito alla sconfitta elettorale alle politiche del 2008 e dopo la vittoria della corrente di Paolo Ferrero al congresso di Rifondazione Comunista, Nichi Vendola decide di lasciare il partito costituendo un nuovo soggetto politico. Le ragioni di questa scissione non mi sono ancora ben chiare, avendo partecipato di persona al congresso so che la corrente di Ferrero aveva raggiunto la maggioranza e che quindi era stato deciso di seguire la sua linea di partito, evidentemente la corrente di Vendola non ha voluto seguire l’esito del congresso cercando una strada personale.

Il risultato di questa scissione è che a questa consultazione elettorale il PRC-PDCI ha raggiunto il 3,4% dei voti mentre Sinistra e Libertà il 3,1% (il PCL lo 0,5%) ed ovviamente nessuno dei tre soggetti ha oltrepassato lo sbarramento del 4% rimanendo di fatto al di fuori del Parlamento Europeo.

Ed io sono incazzato! Si, sono molto incazzato perchè non riesco a concepire come si sia potuta buttare via un’occasione per degli stupidi personalismi.

Ammiro molto Nichi Vendola ed ancora di più Fausto Bertinotti (ora è al fianco di Vendola) che è stato il mio faro per tanti anni, ma non capisco proprio perchè due anime comuniste come loro abbiano potuto abbandonare l’idea comunista e anticapitalista alla base di Rifondazione Comunista solamente perchè la loro corrente non ha avuto la maggioranza… sembra un tipico comportamento da bambini che se non riescono ad ottenere quello che vogliono mettono il muso e se ne vanno.

L’obiettivo è comune, essere una vera alternativa di sinistra (come ho già detto il PD ormai non lo considero quasi più di sinistra) e contrastare l’avanzata delle destre, ma questo obiettivo non si raggiunge con le scissioni, ma con il lavoro insieme, mettendo da parte i proprio puntigli per il bene comune.

In più, ad aggiungersi ai miei sentimenti amareggiati, vedo che Sinistra e Libertà unisce sotto di se anche il Partito Socialista che si ispira a Craxi… mi dispiace Nichi, ma mi hai deluso e mi sento tradito anche da Fausto che ho sempre visto come un esempio di coerenza e che è stato per me una guida nel mio avvicinarmi alla consapevolezza di essere comunista.

Spero che queste persone si ravvedano, spero che capiscano che è importante essere uniti sotto una unica bandiera comunista e anticapitalista, spero di vederli ancora tutti insieme a cantare… avanti popolo alla riscossa, bandiera rossa, bandiera rossa… avanti popolo alla riscossa, bandiera rossa, trionferà!


Chi ha finanziato la guerra di Hitler?

18 maggio 2009

Qualche giorno fa stavo facendo una ricerca sulla seconda guerra mondiale e mi sono imbattuto in questo articolo che secondo me è davvero molto interessante.

E’ scritto da Alessandra Molteni D’Altavilla che ho cercato di contattare per chiedere l’autorizzazione alla pubblicazione del pezzo, ma purtroppo ancora non sono riuscito ad avere una risposta. Ovviamente nel caso ci fossero problemi lo rimuoverò immediatamente.

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Sconfitta nella prima guerra mondiale, alla conferenza di pace di Versailles, la Germania veniva ridotta in miseria: inglesi e francesi gli avevano imposto pesanti risarcimenti di guerra oltre a significativi ridimensionamenti territoriali.

I francesi si erano appropriati delle zone minerarie di confine e l’industria tedesca boccheggiava per mancanza di materie prime. La situazione politica interna era altrettanto disperata e l’intero paese scivolava, in breve, nel caos.

Si succedevano i governi, tutti ugualmente deboli e inconcludenti, sicché, quando arrivò la grande depressione del 1929, l’ex grande potenza, si ridusse al rango di paese affamato; la disoccupazione sfiorava il 50% e l’inflazione superava il 1000% l’anno.
Se volessimo fare un paragone storico, potremmo dire che: la situazione tedesca di quegli anni, era addirittura peggiore delle condizioni in cui oggi versa l’Argentina.
La gente andava in giro con le carriole piene di marchi (in rapida svalutazione) per comprare generi di prima necessità.

Oltre il confine, i francesi sghignazzavano sulle disgrazie degli ex-potenti vicini e, subito dopo la nascita della repubblica di Weimar, i giornali inglesi ironizzavano su quel popolo di straccioni che, insieme alla guerra aveva perso anche la dignità.
Tutti, ovunque nel mondo, concordavano che la potenza tedesca era stata, per sempre, sepolta sui campi di battaglia della prima guerra mondiale e, dunque, l’europa doveva farsi carico di nutrire gli “straccioni crucchi”.
Quando Hitler salì al potere, venne “accolto” dallo scherno generale: un caporale illetterato e chiuso di mente.

Non solo; il fuhrer lasciò credere a tutti di essere un dittatore debole: prese difatti il potere appoggiato dalla destra conservatrice di Von Papen che, per un anno e mezzo, si vantò di poterlo eliminare a piacimento.
Quel caporale austriaco, però, era un grande stratega e un finissimo politico: il 30 giugno 1934, in quella che passò alla storia come la notte dei lunghi coltelli, fece uccidere tutti i collaboratori di Von Papen, il quale ebbe salva la vita solo perché era più utile da vivo che da morto (ad Hitler servivano i contatti di Von Papen con gli industriali tedeschi e i finanzieri inglesi e americani).

Da li in poi, le sorti della Germania, “miracolosamente” si capovolsero e, in pochi anni, il terzo Reich diventò una superpotenza economica e militare.
Nel 1939 Hitler disponeva di 106 divisioni (di cui 10 corazzate) per un totale di 2 milioni di uomini, 10.000 aerei modernissimi e una flotta in grado di competere con la Royal Navy inglese.
L’anno dopo, l’industria bellica riuscì ad armare un altro milioni di uomini (per un totale di 3 milioni), a dotare la Luftwaffe di migliaia di nuovi aerei e a costruire centinaia di micidiali U-boats oltre alle modernissime corazzate Graf-Spee e BismarcK.
Quando Hitler invase la Polonia, potè schiacciarla in poche settimane e, quando volse le sue divisioni ad occidente, polverizzò le armate di Francia, Inghilterra, Belgio e Olanda in meno di un mese.

In meno di 5 anni, quel caporale illetterato e chiuso di mente, aveva creato la più micidiale macchina da guerra della storia dell’umanità.
La domanda che, ovviamente, si pone (adesso come allora) è: dove ha preso le risorse finanziarie per rimettere in piedi un paese affamato?
Ancora oggi questa questione è sottaciuta dalla “storia ufficiale” e si sa, ancora, molto poco su quello che è il vero “mistero” del nazismo: chi lo ha finanziato e perché?
Sappiamo per certo che Hitler “suscitava” molte simpatie “autorevoli” in America e in quasi tutto l’occidente: si era ritagliato il ruolo di difensore del capitalismo contro il comunismo e, dunque, trovava molte orecchie disponibili ad ascoltare, sia a Wall street che alla City di Londra.

Joseph Kennedy (il padre del futuro presidente americano) era un suo fervente ammiratore e, nella sua qualità di ambasciatore americano a Londra, non disdegnava di avere colloqui molto riservati con il fuhrer ed i suoi collaboratori.
La famiglia Kennedy si arricchì smisuratamente durante il secondo conflitto mondiale.
George Bush, il bisnonno dell’attuale presidente americano, aveva (anche lui) continue frequentazioni con i nazisti: il magnate americano (già molto ricco) non disdegnava di “finanziare” l’industria tedesca (di cui ammirava l’efficienza).
Esistono prove inconfutabili di contatti tra i dirigenti della General motors (il quinto produttore di armi al mondo) e il regime nazista.
Ma il vero motore dell’irresistibile ascesa militare della Germania fu un’azienda tedesco-americana: la IG-Farben.

Nel 1925, con l’assistenza dei maghi della finanza di Wall street, Hermann Schmitz, organizzò una fusione di 6 grandi aziende chimiche tedesche (Badische Anilin, Bayer, Agfa, Hoechst, Weiler-ter-Meer, and Griesheim-Elektron) in un grande complesso industriale chiamato IG-farben, con attività in Germania e negli Stati uniti e, importanti, soci finanziatori americani.
Tutti i documenti societari della IG Farben furono distrutti nel 1945, per evitare che il mondo sapesse che, l’alta finanza americana, aveva partecipato all’ascesa al potere di Adolf Hitler e al finanziamento del grandioso riarmo tedesco: la IG-Farben, infatti, diventò la vera “forza” del terzo reich e, serve ricordare, che le sue fabbriche tedesche, nonostante fossero importantissime sul piano militare, non vennero mai bombardate; l’intera Germania fu rasa al suolo dall’aviazione anglo-americana, mentre gli stabilimenti di quella sola azienda non furono mai sfiorati.

Quegli stabilimenti erano fondamentali per la produzione di armi tedesche e, da essi uscivano le micidiali armi chimiche dei nazisti; eppure non furono mai bombardati.

Chi erano i direttori americani della IG-Farben?

  • Edsel B.Ford, della Ford Motor Company;
  • H.A Met, direttore della Bank of Manhattan;
  • C.E. Mitchell, direttore della Federal reserve bank of N.Y e della National City Bank;
  • Walter Teagle, direttore della Standard Oil of New Jersey (poi Exxon) e della Federal reserve bank on N.Y;
  • Paul M. Warburg; direttore della Federal reserve bank of N.Y e della bank of Manhattan;
  • W.E Weiss, direttore della Sterling products.

In pratica: l’elite della finanza e dell’industria americana (Ford, Standard Oil, Bank of Manhattan, Federal reserve of N.Y) sedeva nel consiglio di amministrazione dell’azienda che aveva sostenuto Hitler prima e durante la guerra.

Mentre le armi della IG Farben mietevano milioni di vittime (anche americane), il gotha di Wall street spartiva (con la controparte tedesca) profitti e responsabilità gestionali.
A titolo di curiosità faccio notare che: Walter Teagle rappresentava la Standard Oil (poi Exxon) che, in realtà, era di proprietà di Rockfeller.

In definitiva: il gotha della finanza americana e le più grandi aziende di quel paese (Ford, Standard Oil, General motors etc…) partecipavano all’atroce……banchetto di quella spaventosa guerra (50 milioni di morti dal 1939 al 1945).

E, finalmente, il cerchio si chiude: nella prima e nella seconda guerra mondiale, gli ideali di pace e giustizia erano solo l’ipocrita copertura dietro cui si nascondeva il brutale interesse di pochi capitalisti senza scrupoli.

Quasi 100 milioni di esseri umani furono massacrati in quei due spaventosi conflitti, affinchè il loro sangue diventasse denaro contante nelle capienti cassaforti di quei pochi uomini spietati.