Cina

Ormai da qualche anno la Cina è sempre più spesso alla ribalta delle notizie ed il mondo sta guardando questa nazione con interesse ed inquietudine. Tanti sono gli argomenti da sviscerare e sicuramente questo breve scritto non potrà portare ne completa chiarezza ne soluzioni, ma vorrei cimentarmi nell’impresa di raccontare e di tentare di dare qualche elemento per capire quello che sta succedendo.

Per una persona come me non è facile parlare di questo paese, perchè ha rappresentato, vorrebbe rappresentare ed in parte rappresenta una diverso modo di concepire la società, diverso dal capitalismo che domina la maggior parte dell’occidente del mondo e che a mio parere non rappresenta il giusto modello da seguire.

La cina dopo al rivoluzione avvenuta nei primi anni del secolo e culminata nel 1949 con la costituzione della Repubblica Popolare Cinese abolì tutta la legislazione nazionalista definita “lo strumento volto a proteggere il potere reazionario dei latifondisti, dei compradores, dei burocrati e dei borghesi e l’arma con la quale opprimere e vessare le masse popolari” e pose le basi per l’instaurazione di un sistema politico socialista dando vita ad una nuova era nella storia della legislazione cinese.

Il territorio cinese fu diviso sostanzialmente in tre parti, al cuore della cina (che rappresenta la maggior parte del territorio) si affiancavano due province autonome, il Tibet e lo Xinjiang (la Mongolia divenne invece indipendente). In questo articolo vorrei soffermarmi un attimo sullo Xinjiang per cercare di dare qualche elemento utile a capire i motivi degli scontri.

La Repubblica Popolare Cinese comprende all’interno del suo territorio 56 gruppi etnici e tra questi, l’etnia Uygur di religione islamica è quella che popola gran parte del territorio della provincia del Xinjiang (“nuova frontiera” in cinese ndr). L’etnia Uygur è una delle tante etnie di radice turcomanna musulmana, come quella kazacha, stanziate in questa provincia nord-occidentale della Cina, confinante ad ovest con le regioni dell’Asia centrale. La posizione geografica ha conferito alla regione, sin dall’antichità, una grande importanza strategica, infatti sia in epoca Han (206 a.C. – 220 d.C.) che in epoca Tang (618 – 907 d.C.) essa è stata utilizzata come passepartout per l‘Occidente attraverso la Via della Seta.

Il nome della regione, così come lo conosciamo oggi, risale all’ultima conquista nel 1758 del territorio da parte dell’imperatore Qianlong (1711 – 1799 d.C.), uno dei sovrani più importanti dell’ultima dinastia imperiale, ovvero quella Qing (1644 – 1912).

Le fonti ufficiali del Pcc (Partito Comunista Cinese ndr) parlano di “liberazione” del Turkestan cinese, una liberazione alla quale avrebbero preso parte anche i capi musulmani dei villaggi rurali e gran parte della popolazione, si parla infatti di una collaborazione spontanea della popolazione alle azioni di guerriglia contro l’esercito nazionalista di Chiang Kai-Shek, e di un rapporto amichevole tra i rivoluzionari comunisti ed i tradizionali capi islamici, uniti per contrastare i soprusi dei proprietari terrieri e del governo di Nanchino (nazionalisti nda). Tra le promesse fatte dai propagandisti rossi alle popolazioni del Nord Ovest, Edgar Snow riporta nel suo libro, “Stella Rossa sulla Cina”: “Appoggio per la creazione di un governo musulmano autonomo”, “Protezione della cultura mussulmana” e “Garanzia di libertà religiosa per tutte le sette”.

Di fatto perà la “liberazione” del Xinjiang da parte delle forze comuniste cinesi ha rappresentato per la popolazione uigura una vera e propria occupazione. Stando alle parole di Rebiya Kadeer, imprenditrice uigura ex-rappresentante della provincia del Xinjiang presso la Conferenza Consultiva Politica del Popolo Cinese, dissidente e promotrice di un’organizzazione in difesa del popolo uiguro. “Inizialmente, i soldati cinesi erano davvero rispettosi della nostra cultura” afferma, descrivendo l’impatto che l’uguaglianza tra i sessi, o se vogliamo la scomparsa delle differenze peculiari tra i generi, tipica del comunismo della prima ora, ha avuto sulle usanze e tradizioni uigure. “Ci hanno imposto una nuova politica […] iniziando a distruggere la nostra cultura” aggiunge e ciò fa pensare che l’integrazione con le minoranze etniche cinesi, punta di diamante del Pcc, non sia altro che un tentativo di coprire con la propaganda un problema destabilizzante.

In seguito alla fondazione della Repubblica Popolare Cinese, la provincia del Xinjiang assume il carattere di regione autonoma, lo stesso regime amministrativo messo appunto per il Tibet, per intenderci, una “autonomia” spesso mal sopportata dalle etnie della provincia; sentimento reso concreto da manifestazioni indipendentiste, oltre che da migrazioni di massa e da una situazione di netta divisione tra la popolazione di etnia han (cinese) di etnia uigura (musulmani).

In tutto lo Xinjiang cinesi e musulmani vivono in mondi a tenuta stagna. L’apartheid è visibile nella geografia dei quartieri: i centri sono islamici, le periferie moderne sono cinesi. Le comunità convivono fra diffidenze reciproche, razzismi, diseguaglianze socio-economiche stridenti. Il governo porta modernizzazione, ricchezze e tecnologie, ma i frutti di questi sviluppi arrivano solo in parte ai musulmani. “Per gli uiguri mancano le abitazioni – dice la Kadeer – mentre continuano a entrare immigranti dal resto della Cina”. I lavori più qualificati finiscono ai giovani tecnici affluiti dal resto della Cina. È stata costruita una nuova linea ferroviaria per favorire l’immigrazione. Per gli han che accettano di trasferirsi, la vasta regione semidesertica ai confini dell’Asia centrale fino a ieri è stata la Nuova Frontiera del boom.

Questa situazione ha alimentato l’odio tra le due etnie e dopo la strage compiuta dalle forze dell’ordine con la morte di oltre 150 manifestanti, centinaia di cinesi etnici (gli han), sono scesi in piazza nella città di Urumqi, il “ghetto islamico” dove il ceppo originario della popolazione turcomanna ora in stato di assedio; i protagonisti della spedizione punitiva sono stati a stento trattenuti dalla polizia. La rabbiosa manifestazione ha dato un assaggio di quel che potrebbe accadere se lo Xinjiang si trasformasse in un campo di battaglia tra le due etnie. I cinesi marciavano cantando l’inno nazionale, un’esibizione di orgoglio raramente così visibile nelle provincie periferiche, dove la supremazia cinese è già ben rappresentata dall’autorità politica. Per riprendere il controllo di Urumqi il governo locale ha decretato il coprifuoco, ogni giorno dalle 9 di sera alle 8 del mattino.

E’ un salto di livello pericoloso il fatto che quelle centinaia di cinesi abbiano deciso di farsi giustizia da soli. Una mobilitazione che può degenerare in guerra civile. A Urumqi i rapporti numerici sono già in favore degli han. Grazie alla massiccia immigrazione degli ultimi anni ormai l’etnìa turcomanna è solo il 30% nella capitale provinciale (2,5 milioni di abitanti). È proprio questa una causa dell’esasperazione degli uiguri. Attraverso l’immigrazione la Repubblica Popolare li diluisce fino a emarginarli. Una “provincia autonoma” che per Pechino ha valore strategico. Lo Xinjiang è grande 5 volte l’Italia. Nel sottosuolo è custodito un quarto del gas e petrolio cinese, il 40% di tutto il carbone.

Di questo se ne è accorto ovviamente il presidente cinese Hu Jintao che ha anticipato il suo rientro a Pechino e, di conseguenza, non parteciperà al vertice degli otto grandi nel capoluogo abruzzese.

L’integrazione delle minoranze etniche in Cina rappresenta un problema col quale la Repubblica Popolare Cinese deve continuamente rapportarsi, sia per il crescente interesse del resto del mondo dove l’inserimento nel contesto della globalizzazione crea i presupposti di continue relazioni con l’estero, sia per una questione di ordine interno.

Fonte 1: Storia della Cina
Fonte 2: La rivoluzione cinese
Fonte 3: Le minoranze mussulmane in Cina
Fonte 4: Quella spina islamica nel fianco di Pechino
Fonte 5: Si aggrava la crisi nello Xinjiang, Hu Jintao torna in Cina

Edit: Sembra che a scatenare tutta questa violenza sia stato un malinteso avvenuto il 26 giugno scorso quando una 19nne, Huang Cuilian, operaia in una fabbrica di giocattoli a Canton, entro’ per errore in un dormitorio di giovani uiguri che lavoravano come lei nell’azienda: “La ragazza si e’ sentita persa”, ha raccontato una testimone, “ha cominciata a urlare nel vedere gli uiguri e quando qualcuno ha cercato di scherzare, lei e’ scappata via correndo”. Allarmati dalle grida della giovane, gli operai di etnia han sono accorsi sul luogo, quando lei gia’ non c’era piu’, e si sono scontrati con gli uiguri. Una vera e propria battaglia, terminata con due morti e piu’ di cento feriti. E a quel punto il focolaio di violenza si e’ trasferito nel lontano Xinjiang.

Ovviamente i problemi di convivenza tra Han e Uiguri nello Xinjiang hanno radici ben più complesse e antiche come descritto nell’articolo, ma a volte in situazioni già tese, basta poco per generare delle tragedie.

Fonte: Malinteso Han-Uiguri all’origine degli scontri nel Xinjiang

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